Ogni volta che accompagno la persona nella terapia riscopro l’unicità e l’originalità del suo percorso. Accogliere una persona in uno spazio terapeutico rappresenta un nuovo inizio, un nuovo viaggio di esplorazione.

Da molti anni mi occupo di alcune problematiche della psiche, le quali seppur trovano la loro espressione attraverso una sintomatologia comune, la loro nascita dipende da tutta una serie di elementi specifici e personali che io chiamo centri emozionali.
Ogni persona possiede i propri centri emozionali: nuclei costruiti a seguito delle esperienze vissute, a partire dalla nascita (anche pre-nascita) ad oggi.

L’unicità di ogni percorso terapeutico risiede dunque nella storia personale che il paziente porta e condivide in terapia: con un ponte dal presente ci si collega al passato, a tutte quelle esperienze che hanno tracciato a livello emozionale e comportamentale la propria sensibilità, il proprio modo di relazionarsi con gli altri, il tipo di strategie che sono state scelte per affrontare un problema, il proprio stile di attaccamento che si è messo in atto in una relazione affettiva.

Da questa esplorazione è possibile attivare un processo di riconoscimento emozionale, ovvero quali sono i centri emozionali e quali dinamiche comportamentali vi corrispondono.
Nel percorso terapeutico, attraverso questa mappatura, è possibile riconosce in che modo questi centri abbiano comunicato con i processi cognitivi, di elaborazione.

Ritengo che tutte le problematiche che riguardano la psiche in realtà nascondo della mancanza di comunicazione tra la parte cognitiva (mente) e la parte emozione (corpo).
Immaginiamo che tra la mente e corpo ci sia un collegamento, una sorte di ponte che serve ad unirli.
Tutto ciò che avviene nel corpo poi passa alla mente e viceversa.
Quando questo flusso comunicativo viene rallentato è li che nasce un contrasto, un conflitto.

Generalmente questo avviene quando la persona che si trova a vivere un’esperienza “traumatica – stressogena” a livello emozionale, non riuscendo a supportare e sostenere il peso del dolore, tende inconsapevolmente a bloccare il flusso stesso; mette un filtro tra i pensieri e le emozioni.

Tutto questo impedisce di attivare una sana elaborazione del vissuto, dunque una reale cicatrizzazione della ferita emozionale. La persona riduce così la sua forza energetica, il suo senso di sicurezza ed impara a “vivere” in una dimensione di tensione.

L’obiettivo del mio fare Psicoterapia comporta il non utilizzare con il paziente “etichette diagnostiche”, bensì dar lui l’opportunità di entrare in contatto con il proprio disagio, dandogli il nome che sente più calzante per lui e la propria esperienza. La suddetta modalità favorisce e contribuisce a rafforzare, nel percorso psicoterapeutico, il processo di consapevolezza e di autonomia della persona.


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